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I filosofi di questo capitolo.

Antistene (436-366 avanti Cristo).  Nato ad Atene, fu allievo di
Gorgia e discepolo di Socrate. Fond la scuola cinica. Della sua
vita, caratterizzata dal disprezzo per gli Ateniesi, Diogene
Laerzio (opera citata, sesto, primo) riporta innumerevoli aneddoti.
Ad esempio, a chi gli chiedeva che tipo di moglie si dovesse
prendere rispondeva: "Se la prendi bella non l'avrai solo per te,
se la prendi deforme sarai tu solo a scontare la pena"; una volta,
essendo stato lodato da gente malvagia, afferm: "Temo di aver
commesso qualcosa di molto grave". Avrebbe poi causato l'esilio di
Anito, uno degli accusatori di Socrate. Antistene fu soprannominato
il "Cane puro" o il "Cinico schietto"; pare che abbia inaugurato
anche l'abbigliamento tipico dei cinici: un ampio mantello, di
dimensioni doppie rispetto al normale, bastone e bisaccia. I suoi
scritti, di cui ci restano pochi frammenti, furono raccolti in
dieci volumi; essi trattavano dei pi svariati argomenti: del
coraggio, del bene, della legge, del matrimonio, della verit,
dell'opinione e della scienza, di Omero e di molti personaggi
omerici.

Arete (quarto secoloa.C.).  Figlia di Aristippo di Cirene, fu
educata dal padre alla filosofia; ella trasmise questa passione al
proprio figlio, Aristippo il Giovane, che per questo fu chiamato
"Metrodidatta", cio educato dalla madre. Arete guid la "scuola"
di Cirene dopo la morte del padre.

Aristippo (435-366 avanti Cristo).  Nato a Cirene, si stabil ad
Atene dove entr nella cerchia di amici di Socrate. A lui Diogene
Laerzio dedica il capitolo ottavo del secondo libro delle Vite.
Sostenitore del diritto al piacere, predic sempre la moderazione:
possedere le cose, ma non esserne posseduto. Scrisse molte opere,
tutte andate perdute; gi nell'antichit esistevano dubbi sugli
stessi titoli dei suoi libri: sembra comunque che abbia scritto
sull'educazione, sulla virt, sulla fortuna, e inoltre un'opera
dedicata a Socrate e una lettera alla figlia Arete.

Diogene (413-323 avanti Cristo).  Nato a Sinope, fu discepolo di
Antistene. Alla sua vita Diogene Laerzio dedica un ampio capitolo
(il secondo) del sesto libro delle Vite. E' sicuramente il filosofo
cinico pi famoso: grazie alle sue stravaganze, a partire da quella
della scelta di una botte come dimora,  diventato una figura
senz'altro popolare. Sprezzante delle convenzioni e delle comodit
del vivere civile, si dice che una volta, vedendo un ragazzo che
beveva raccogliendo l'acqua nel cavo delle mani, prendesse dalla
bisaccia la ciotola che usava per bere e la gettasse via. Alcune
fonti antiche (Sosicrate e Satiro) non gli attribuiscono nessuno
scritto, mentre altre gli riconoscono opere sulla virt, sul bene,
sull'amore, eccetera

Euclide di Megara (450-380 avanti Cristo).  Raccolse intorno a s
i discepoli di Socrate che si erano allontanati

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da Atene. Egli stesso, dopo aver studiato il pensiero di Parmenide,
era stato seguace di Socrate. Le notizie sulla sua vita riportate
da Diogene Laerzio (opera citata, secondo, decimo) sono assai
scarne. Gli si attribuiscono sei dialoghi.

Socrate (469-399 avanti Cristo). Nacque ad Atene da Sofronisco,
scultore, e Fenarete, levatrice. Da giovane pratic l'arte della
scultura, quindi, dedicatosi alla filosofia, vi applic in un certo
senso la professione materna, la maieutica (vedi il paragrafo La
ricerca ^ella Verit). Si spos con Santippe, dalla quale ebbe tre
figli. Fra il 432 e il 429 partecip alla guerra di Potidea, in
Tracia, in qualit di oplita (soldato di fanteria); durante una
battaglia (432) salv la vita di Alcibiade che era stato ferito e
non volle alcun premio per quell'azione, insistendo anzi presso i
comandanti perch fosse assegnato un riconoscimento ad Alcibiade
(confronta Platone, Simposio, 220 d-e). Nel 424 lo troviamo di
nuovo in guerra, coraggioso combattente a Delio, contro i Beoti;
durante una ritirata ateniese riusc a salvare un altro
commilitone, Lachete. Nel 422 combatt ad Anfipoli. Tornato ad
Atene nel 421 vi rester fino alla morte. Anche negli intervalli
fra una campagna militare e l'altra continu a dedicarsi
all'attivit filosofica, che per lui si identificava nel dialogo
con discepoli e concittadini alla ricerca della Verit. Nel 406
Socrate fu eletto, per sorteggio, membro del Consiglio dei
Cinquecento e la sua trib, l'Antiochide, ebbe la Pritana
(collegio di cinquanta membri del Consiglio che restava in carica
per un periodo di tempo pari a un decimo dell'anno; un terzo dei
suoi membri doveva sedere in permanenza nel pritano, l'edificio in
cui si custodiva il fuoco sacro e si facevano i sacrifici comuni).
Atene aveva appena vinto la battaglia navale delle Arginuse contro
la flotta del Peloponneso; la vittoria era per costata venticinque
navi e duemila uomini e i generali erano stati accusati di non aver
salvato i naufraghi e i feriti. Condotti davanti alla Pritana per
essere giudicati, sotto la pressione popolare, furono sottoposti a
una procedura illegale alla quale solo Socrate si oppose. Nel 404
Atene sub una sconfitta decisiva a opera della coalizione
peloponnesiaca raggruppata attorno a Sparta, e dovette accettare un
governo filospartano composto da trenta aristocratici, i cosiddetti
Trenta Tiranni, che governarono la citt per circa quattro mesi
durante i quali furono pronunciate tremila sentenze di morte.
Abbiamo gi visto che il sofista Crizia era uno dei Trenta. E
proprio a Crizia si oppose Socrate, a rischio della propria vita,
quando gli fu chiesto di arrestare il democratico Leonzio di
Salamina. Restaurata la democrazia in seguito a una rivolta guidata
da Trasibulo, fu proprio sotto il nuovo governo democratico che
Socrate, nel 399, fu processato in seguito a un'accusa di Melto
sottoscritta da Anito e Licone. Il capo di imputazione era di avere
disconosciuto gli di tradizionali della citt, di avere introdotto
nuove divinit e di avere corrotto i giovani. La pena richiesta era
la morte. E' possibile leggere l'autodifesa di Socrate davanti ai
giudici nella Apologia di Socrate scritta da Platone. Il tribunale
decret la morte di Socrate con 360 voti su 500. Egli rifiut
l'invito degli amici a fuggire da Atene e mor, bevendo la cicuta,
nel carcere della citt che gli aveva dato i natali.

